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Recupero ex-Lanificio Carotti

ex-lanificio-carotti

e.1

L’ex-Lanificio Carotti ha una forma planimetricamente articolata, rappresentata da due manufatti edilizi tra loro nettamente distinguibili sia per tipologia architettonica che per tecnica costruttiva, dettati dalla differente data di realizzazione dei vari corpi di fabbrica aggiunti nel corso della centenaria storia dell’edificio, in relazione alle mutevoli esigenze funzionali e produttive delle due principali attività insediate al suo interno, inizialmente della cartiera e poi del lanificio.

Il primo blocco più vecchio ubicato in corrispondenza di Piazza Giorgiani ed originariamente individuabile in parte nella cartiera ducale risalente al XV secolo, è costituito da una serie di vani tra loro collegati, disposti su vari livelli, a seconda della loro posizione lungo il terreno di pendenza che costeggia il Metauro, che vanno da un solo piano per quello adiacente la torre, fino a tre per quello posto sulla curva del fiume. Il livello 0) del piano terra, disposto a quota – 1.20 rispetto alla strada pubblica, presenta una corte d’ingresso ed una serie di spazi aperti, tra loro comunicanti della superficie complessiva di mq 1.000 circa; gli altri livelli -1) e -2) relativi rispettivamente al piano primo e secondo sottostrada, disposti a quota -4.75 e -8.30 hanno forme planimetriche diverse: la parte superiore coincidente con quella a livello strada, presenta anche una piccola chioschina in parte a cielo aperto, funzionale all’uso della centrale idro-elettrica ancora oggi in attività, mentre quella inferiore, più ridotta della superficie di mq 450, corrispondente ad un solo corpo di fabbrica ad unica campata situata in prossimità dell’ultimo salto del fiume, contiene i locali operativi della centrale idro-elettrica della Società Megawatt.
La struttura portante verticale è in muratura mista di mattoni e pietra, quella dei solai di copertura è in legno, formata da capriate trasversali e travi longitudinali con sovrastante manto in coppi di laterizio, mentre quella orizzontale dei solai intermedi è realizzata con la tecnica delle voltine in mattoni.

Il secondo blocco a forma di “L” disposto su due piani tra loro coincidenti, comprende tutta la parte costruita in due fasi distinte a partire dal 1945 fino al 1949: i due livelli (non collegati tra loro) della superficie ciascuno di mq 1350 circa, si uniscono alla parte più vecchia alle due quote -4.75 e -8.30 corrispondenti al piano primo e secondo sottostrada: gli spazi sono completamente liberi ad eccezione di un unico diaframma a tutta altezza che separa la parte terminale di testata sul lato lungo della “L”, occupato alla quota più bassa, dai macchinari originali della centrale termica.
La struttura portante dell’edificio risulta essere un telaio costruito interamente in calcestruzzo armato, poggiante su una struttura in acciaio: lungo 78 metri circa, è composto da quindici campate uguali, poste ad un interasse costante di mt. 5,20 ed individuabili attraverso una serie di travi calate, ortogonali al lato lungo, che costituiscono la struttura portante dei solai.
Il lato retrostante a quello adiacente al fiume Metauro, si affaccia su una corte pertinenziale privata che collegandosi al tessuto edilizio esistente attraverso una delle strade pubbliche poste a pettine rispetto alla piazza pubblica del municipio, permette di ottenere una forte e diretta relazione con la parte storica e più significativa della città di Fermignano.

Le funzioni che vengono riportate schematicamente,
a titolo esclusivamente esemplificativo,
fanno riferimento a spazi ed a luoghi di lavoro
non più operativi.

e.2

L’esterno della fabbrica nel suo variegato complesso storico ed edilizio rispecchia i tipi edilizi e le tecniche costruttive afferenti all’epoca di realizzazione dei due differenti manufatti produttivi.
Ad una serie di corpi seriali risalenti all’origine della fabbrica della cartiera, con coperture “a capanna” rivestite di cotto e facciate di mattoni di laterizio, succede un monoblocco di cemento armato intonacato, a copertura piana calpestabile, in attacco-appoggio al lato corto della “L” corrispondente alla geometria del corpo di fabbrica realizzato nel periodo del dopo-guerra.
Tali differenze storiche, tipologiche e costruttive così profonde, tra loro talmente contrastanti, quasi incompatibili sotto l’aspetto architettonico e compositivo, determinano all’interno dei due distinti sistemi edilizi, una spazialità degli ambienti interni completamente diversa sia nel risultato formale che nella percezione visiva: più contenuta e modesta, quasi lirica per le parti originarie e più vecchie, più imponente e voluminosa, quasi distante a causa delle dimensioni di superficie ed altezza, nel corpo più recente.
Sono del tutto evidenti le differenze all’interno del complesso produttivo, derivanti in primo luogo dalla profonda antinomia dei due corpi, certamente oggi storicizzati nella visione quotidiana della città, rivalutati e ri-scoperti dall’approccio culturale verso il recupero e la valorizzazione della archeologia industriale, ma sicuramente ad una critica valutazione ed attenta analisi, architetture tra loro incoerenti, senza alcuna relazione formale, ad eccezione delle funzioni distributive e produttive, oltretutto invasiva sotto l’aspetto tipologico e di inserimento ambientale per la parte costruttiva più recente.
“… conservare, al fine di non disperdere la memoria dell’evoluzione dei luoghi ed in ragione del forte valore simbolico-identitario che ad essi assegna la collettività locale …”.
Chi percorre o ha percorso anche una sola volta il tratto di circonvallazione che costeggia il corso del Metauro, non può non aver pensato ad una ferita all’immagine della città storica e/o ad una anomalia nel tessuto edilizio ed insediativo.
“ … Si potrebbe dire che il concetto di Bene, legato com’è ad una visione etica implica che vi siano nel patrimonio di un paese anche dei Mali culturali e, su questa base non sarebbe difficile distinguere e dedicare le cure statali solo ai Beni e non ai Mali. Se non che nella generale consuetudine italiana, dopo un certo numero di anni, i Mali culturali vengono riscattati per il loro significato storico e d’altra parte ciò che non rientra nella categoria dei beni culturali, rientra quasi sempre a buon diritto in quella dei Beni demo-antropologici. Di qui la convinzione che tutto ciò che esiste, che può essere considerato un Bene in senso giuridico in quanto oggetto materiale, vada conservato e difeso ad oltranza e ogni demolizione che non sia quella dei manufatti abusivi, considerata un atto demoniaco … “.
L’analisi degli edifici ex-cartiera ed ex-lanificio porta a definire il complesso delle criticità, stimolo progettuale per definire il ri-uso e la ri-conversione del contenitore e del suo, ancora più importante, contenuto.
“… l’analisi, conduce alla comprensione di quanto un edificio esige debba essere rispettato a salvaguardia della sua identità …, … recuperare è indubbiamente anche modificare, e poiché è dall’edificio che deve ripartire il progetto della sua modificazione, affinché un esito possa essere raggiunto, certo non senza compromessi, ma nella sua alterazione consapevole dei caratteri della sua identità, è necessario che quello oggetto sia indagato e conosciuto nei suoi dati certi, poiché è dalla certezza del dato che potrà ri-definirsi coerentemente la credibile rappresentazione della legge che ha correlato l’organismo architettonico alle esigenze umane che l’hanno suggerito …”.
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Gli elaborati di analisi e.1), e.2) segnalano graficamente in rosso il complesso delle criticità, distinguendole per categorie tematiche e rimandando ai successivi elaborati e.3), e.4), e.5) una prima bozza di valutazioni, ipotesi e strategie nel recupero e riutilizzo dell’intero complesso edilizio.
a) le criticità intrinseche, sono quelle che appartengono all’edificio, di carattere prevalentemente esteriore, e riguardano:
– il linguaggio formale dei due corpi, in modo particolare la relazione tra il corpo recente e quelli più antichi;
– la mancanza di una soluzione a carattere compositivo nella contiguità architettonica tra i due corpi di fabbrica di epoche diverse;
– l’impossibilità di una articolazione e di una lettura distinta tra l’architettura dei due corpi;
– la mimesi del corpo adiacente la torre medioevale, oggetto di condono edilizio;
b) le criticità estrinseche, sono quelle di relazione fisica tra l’edificio con i suoi spazi aperti e la città storica da un lato ed il fiume Metauro dall’altro, e riguardano:
– la ricerca di soluzioni e di elementi di continuità fisica sia tra le diverse parti dell’edificio, sia tra queste ed il tessuto edilizio circostante attraverso la creazione di un
sistema urbano di connessioni e collegamenti con il tessuto insediativo della città storica;
– dare identità e ri-conoscibilità alle diverse parti del complesso edilizio attraverso una forte relazione tra gli spazi interni e la forma esterna ed una giusta scelta dei materiali e delle soluzioni compositive di facciata;
– valorizzare l’edificio all’esterno, sia verso l’acqua che verso gli spazi aperti degli vuoti urbani, potenziando in particolare il sistema dei luoghi di aggregazione appartenenti alla città ed alla collettività, attraverso l’evidenziazione dei corpi di ingresso e degli attraversamenti interni;
c) le criticità derivate, sono rappresentate dagli indicatori normativi, e riguardano:
– la contraddittoria salvaguardia dell’identità dell’edificio nelle forme esistenti, contrapponendo da un lato la conservazione radicale delle facciate sia come partitura che materiali e dall’altro la perdita della funzione e pertanto dell’unica ragione di vera ri-conoscibilità, consentendo la modifica dei suoi spazi produttivi in altri più coerenti con gli usi propriamente urbani;
– l’identico trattamento e metodo di recupero – restauro delle due architetture, diverse e distinguibili per forma, disegno, tipo edilizio ed epoca costruttiva;
Recuperare un edificio sta a significare apporvi un valore che non si sostituisce a quello primitivo, ma che ad esso si aggiunge partendo
dalla configura-zione e dalle tecniche costruttive originarie, nell’intenzione di far scaturire un dialogo tra passato
e presente
in cui le due realtà siano l’una di supporto
all’altra
in reciproca valorizzazione.
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e.3

Contenitore o Contenuto?
La problematica di individuare, aldilà di quelle indicate dalla normativa urbanistica, funzioni ed usi delle struttura compatibili sotto l’aspetto economico e della reale domanda sul mercato e/o di una specifica esigenza della collettività, e pertanto di politica urbanistica, impone scelte e strategie di intervento opportunamente pianificate e programmate sullo stesso piano di quello del progetto edilizio.
Che cosa ? e chi mettere? sono domande da porsi, prima del progetto di recupero: la validità di qualsiasi intervento, il successo dell’operazione di recupero passa attraverso la corretta fruizione del bene, l’effettiva capacità del bene di essere protagonista nel tempo.
La necessità di una cabina di regina che possa dare valide risposte a questi interrogativi diventa elemento fondamentale del progetto di recupero.
Luci accese sulla città rappresenta un motto a significare di un architettura viva e vissuta, che si offre alla collettività e che la stessa, è pronta a scoprire ed a vivere quotidianamente.
Se fosse vero che
“form follows function” l’architettura creata per una specifica funzione – uno specifico uso – dovrebbe ospitare quel solo uso, a meno di limitate modifiche o rattoppi e, dopo, dovrebbe essere sostituita.
L’architettura sopravvissuta a più generazioni (e dunque tanto gradita nei tempi da indurre più generazioni a riusarla) è tuttavia più costosa da distruggere di un oggetto, poiché fu fatta con materiali e tecniche che rispondevano all’imperativo economico della massima durata. Il riuso ed il restauro dell’Architettura si imposero dunque come metodo di risparmio economico, ma si impongono oggi soprattutto allo scopo di preservare gli edifici che lo meritino per il loro valore di bellezza e di comunicazione, oltre che di comodità, valori grazie ai quali essi furono fino ad oggi preservati.
Gli schemi distributivi rappresentati illustrano semplicemente alcune delle ipotesi sull’uso ed utilizzo degli spazi, legandoli alle diverse destinazioni possibili indicate dal Piano: residenziale, commerciale e direzionale.
Tra le ipotesi di lavoro e di sviluppo del progetto, pensato in questa fase iniziale di studio nelle ipotesi più limitanti (ovvero spazi ed ambienti con più funzioni e con più soggetti fruitori e di diversa natura) c’è quello di concentrare eventualmente l’uso ricettivo (turistico o abitativo) nei corpi più recenti, mentre quello commerciale e direzionale in quelli più vecchi, maggiormente relazionabili con gli spazi pubblici, valorizzandoli il più possibile nella loro immagine verso l’esterno.
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e.4

Unica regola generale in questo caso è la riconoscibilità: se qualcosa si cambia o si aggiunge deve essere non necessariamente diversa dal contesto, ma in ogni caso riconoscibile: ciò è una norma “non scritta”, di buona educazione; ogni altra prescrizione ha sola la validità di definire una tendenza, una delle tante diverse ed egualmente valide che lo spirito del tempo suggerisce tenendo conto poi che esso cambia continuamente e rincorrerlo è il compito tutt’altro che facile dell’uomo di cultura.
E’ dimostrata dall’esperienze nel campo disciplinare non solo la compatibilità nel restauro del nuovo e dell’antico, ma la possibilità che dall’accostamento coraggioso nasca un plus-valore che dipende dalla natura dialogica dell’intervento moderno. Detto questo sarebbe fazioso considerare il dialogo l’unico metodo valido. Anche il contrasto e la frattura possono avere un senso quando lo giustifica l’occasione e quando nasce da una scelta meditata ed a volte sofferta.
A prescindere dalle tendenze e dai metodi oggi esiste, e solo in Italia, una sindrome della conservazione ad ogni costo che tende ad aggravarsi con ritmi preoccupanti.
E’ fondamentale rendersi conto che ogni eccesso, anche quello della tutela, ha le sue contropartite e poiché le risorse economiche sono quelle che sono, cioè sempre insufficienti, restaurare un edificio che non lo merita è pur sempre uno spreco.
L’analisi indica criticità intrinseche e derivate: il progetto, qualora esse siano condivise, deve risolverle attraverso soluzioni compatibili, coerenti rispetto al valore del Bene.
La lettura organica dei due corpi di fabbrica, cosi come la soluzione di aggancio tra loro, la valorizzazione di quelle parti di architetture (meglio ancora di edilizia) prive di effettiva qualità architettonica, ma rappresentative solo della testimonianza di una realtà produttiva passata;
ed ancora, l’uso di tecnologie e materiali coerenti con il tempo, la ri-conoscibilità dell’intervento di recupero, pensato non come un ulteriore progetto, ma come operazione di riordino e messa a punto di un sistema edilizio incompiuto, non più efficiente e non completamente risolto, sono tematiche da affrontare con delicatezza e senso di responsabilità, ma anche con la precisa e cosciente volontà di dovere fare qualcosa, non fine a se stessa (operazione di maquillage), ma come risposta possibile alla complessità degli argomenti, siano essi di natura urbanistica ed architettonica, economica e finanziaria o infine, sociale ed antropologica.
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e.5

Il fiume Metauro è stato nel corso dei secoli l’elemento determinante per l’uso e la funzionalità dell’edificio; l’acqua pertanto quale elemento e condizione essenziale della produzione: prima la carta, poi la seta ed infine i filati.
Oggi l’edificio in disuso pone un problema determinante per il recupero: ridare identità ad un contenitore, attraverso un contenuto significativo anche per l’aspetto urbano.
Il rapporto edificio e città, così come il concetto fondamentale del valore urbano delle operazioni di recupero, rappresenta un altro dei temi da sviluppare nell’iter procedurale del progetto: argomento anch’esso che deriva dalla conoscenza della realtà e dall’analisi delle criticità estrinseche, ovvero di relazione tra l’interno e l’esterno dell’edificio.
Il tema “dare respiro” alla torre medioevale, di attribuire funzione come luogo di relazione ed immagine d’ingresso al nuovo oggetto urbano da Piazza Giorgiani, di mettere in comunicazione quest’ultima attraverso percorsi che attraversano la pancia del complesso edilizio, fino ad arrivare alla confluenza con via Roma, mediante l’idea di un collegamento in quota che aggancia la cerniera architettonica, tra i due corpi esistenti, per poi affacciarsi all’esterno, in prossimità dei salti sul fiume Metauro, ed ancora:
-) aprire l’edificio all’esterno;
-) rendere vitali, funzionali e risolutive anche altre parti passive del complesso produttivo, come la superficie della copertura piana, che oltre ad essere motivo di ricerca di fonti alternative di energia diventa un ulteriore piano, “facciata orizzontale” da progettare in un “unicum” con il percorso urbano sopraelevato,
sono le risposte che il progetto deve dare, affinché possa esistere concretamente il reciproco sostegno tra forme di architettura recuperate e la città insediata, tra pubblico e privato in un giusto e corretto utilizzo di un Bene.
studio B+b2 con Adamo Lucarini, architetti

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